Antidrone, l’esperto Johannes Pinl: «Entriamo in un’epoca in cui la macchina combatte la macchina»
MARSS sviluppa sistemi di comando e controllo e, a suo dire, è leader di mercato nelle soluzioni antidrone. Il fondatore Johannes Pinl parla di kill chain supportate dall’IA, di costo per abbattimento e del ruolo futuro dell’uomo in guerra.

Tradotto dall'intervista originale in tedesco:Revisionato dalla redazione di Unmanned Magazine.
MARSS sviluppa sistemi di comando e controllo per diversi scopi. A suo dire, è attualmente leader di mercato nelle soluzioni antidrone. Basata sull’intelligenza artificiale (IA), la soluzione di comando e controllo di MARSS automatizza la «kill chain», dal rilevamento alla classificazione fino all’ingaggio di un drone.
L’azienda è stata fondata 20 anni fa dall’austriaco Johannes Pinl ed è stata di recente acquisita dall’australiana Electro Optic Systems (EOS). Nell’intervista alla fiera della difesa Eurosatory di Parigi Johannes Pinl parla del ruolo futuro dell’uomo in guerra.
Signor Pinl, dove sono impiegati i vostri sistemi?
Al momento soprattutto in Medio Oriente. L’ultimo drone, speriamo l’ultimo, arrivato dall’Iran verso l’Arabia Saudita è stato neutralizzato dal nostro sistema. Lì naturalmente succedono molte cose.
Quanto è elevato il grado di automazione?
Ci sono due risposte. Primo: che cosa è tecnicamente possibile? Secondo: che cosa si può fare davvero, anche alla luce, tra l’altro, delle Convenzioni di Ginevra? Tecnicamente il quadro generale è che la minaccia dei droni diventa sempre più automatizzata. Sul campo di battaglia vediamo sempre più attacchi di droni a visione in prima persona (FPV) con controllo automatico, riconoscimento automatico del bersaglio e ingaggio automatico. Noi costruiamo sistemi di difesa e proteggiamo infrastrutture critiche. Per farlo bisogna usare la stessa tecnologia, per avere una possibilità contro queste macchine automatizzate. Entriamo in un’epoca in cui la macchina combatte davvero la macchina. Siamo solo all’inizio di questa nuova fase.
Come si presenta tutto questo nella pratica?
Tutto è automatizzato il più possibile. Abbiamo ancora l’uomo nel ciclo decisionale (human in the loop). Il sistema rileva un drone con sistemi radar. L’IA riconosce automaticamente come si muove questo oggetto e lo classifica come drone o come uccello. Se è un uccello, viene filtrato e l’operatore non viene allertato. Se è un drone, segue una doppia verifica con telecamere a infrarossi a una distanza da 15 a 20 chilometri. Anche lì entra di nuovo in gioco l’IA e controlla ancora una volta se si tratta davvero di un drone. Il sistema può poi dire se è, per esempio, un drone di categoria 1, come un drone DJI, o un drone più grande, come uno Shahed. Solo allora l’operatore viene allertato.
Come agisce poi l’operatore?
L’operatore riceve un video in diretta e conferma che si tratta effettivamente di un drone. Il sistema propone quindi quale contromisura è più adatta. Normalmente si comincia con il disturbo (jamming), cioè l’interferenza sui segnali. Ma in Ucraina e in Iran questo non funziona più molto bene. Soprattutto nel conflitto con l’Iran i sistemi volano con Starlink o sono così automatizzati che durante il volo non è possibile alcuna interferenza. Anche il disturbo del GPS durante il volo è spesso difficile.
Che cosa succede dopo?
Il secondo livello è la soluzione cinetica. Per questo usiamo missili, cioè sistemi missilistici a medio raggio, come l’LMM di Thales. Funziona molto bene in Ucraina e molto bene in Medio Oriente. Ma è molto costoso. Il sistema propone una soluzione del genere solo se si tratta di un drone più grande e di una minaccia reale. Altrimenti si calcola sempre il costo per abbattimento. Se un drone Shahed costa da 30.000 a 40.000 dollari, non si vuole impiegare un missile da un milione di dollari. Non sarebbe efficace. Si può invece usare anche un piccolo razzo APKWS da 25.000 a 30.000 dollari. Così si raggiunge la parità di costo. Con questo sistema automatizziamo il più possibile la kill chain per l’operatore.
Come lavora concretamente l’operatore?
L’operatore deve solo dire: sì, è davvero un drone, e sì, voglio impiegare l’effettore proposto, oppure no. È l’unico input che l’operatore deve fornire. In questo modo l’operatore può gestire non un solo drone, ma diversi contemporaneamente. È proprio lì che l’intelligenza artificiale svolge un ruolo reale.
Che cosa succede con uno sciame di droni?
La tecnologia è così avanzata da poter classificare quale drone si ha di fronte e se si tratta, per esempio, di un aereo commerciale che non rappresenta una minaccia. Secondo i nostri test l’operatore può gestire da quattro a cinque droni contemporaneamente, non di più. Questo non è ancora un attacco a sciame. Perché si parla di sciame quando 30, 40, 50 o 100 droni si avvicinano contemporaneamente. L’uomo non è in grado di elaborare così tante minacce in una volta. Per questo entra in gioco l’IA, che stabilisce le priorità per l’operatore: concentrati su questi droni, che arrivano per primi e sono i più pericolosi.
E l’IA si occupa poi dell’ingaggio del resto dello sciame?
Tecnicamente sì, fino a un certo punto. Se il sistema sa quando è quasi troppo tardi e l’operatore diventa il collo di bottiglia, in teoria l’IA potrebbe prendere da sola le decisioni restanti. Al momento, però, è una questione puramente tecnica, perché non è consentito dalle Convenzioni di Ginevra. Il mondo occidentale in particolare non lo consente. L’altra parte non si attiene a questo e usa la tecnologia. Noi no. Questo ci mette in forte svantaggio, ed è una grande questione per il futuro.
Dove porta questo sviluppo?
Le nostre simulazioni mostrano chiaramente che il combattimento futuro sarà tra macchine e macchine. Tecnicamente ci vorranno probabilmente ancora circa cinque anni. L’attacco è sempre più facile; la difesa è sempre un passo indietro. Nell’attacco molto è già automatizzato; nella difesa siamo arrivati a circa l’80 per cento, ma non ancora al 100 per cento. Fra cinque anni sarà probabilmente davvero così: macchina contro macchina. E non solo in aria, ma anche sull’acqua, a terra e sott’acqua. Sarà multimediale, o meglio multidominio.
Ci sono tuttavia ambiti in cui l’uomo non potrà essere sostituito così rapidamente?
Certamente. Cerchiamo di sostituire l’uomo il più possibile, semplicemente perché l’uomo è troppo lento per questi compiti. Il problema più grande per la macchina è la decisione finale: è davvero un drone, è davvero una minaccia o no? Per questo serve ancora l’uomo, l’occhio umano. Potrebbe anche essere un Cessna che per caso somiglia a un drone, non ha transponder e non è registrato. È proprio lì che serve ancora l’uomo nel ciclo decisionale.
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